Sono passati più di tre anni da che ho scritto l’ultimo post su questo e sugli altri miei blog. Ciò penso sia dovuto alla svolta che ha avuto la mia vita, allo tsunami che mi ha investito. Un cambiamento molto doloroso, legato alla morte della mia amata compagna, Paola, con la quale ho condiviso 35 meravigliosi anni. Dopo non ho più avuto l’interesse, la forza, il desiderio di scrivere qui. Però ho scritto infinite altre cose, in privato, per me stesso, per ritrovare un contatto con lei, per elaborare l’incredibile e assurda sua assenza. Ho scritto dei nostri primi anni, di come ci siamo conosciuti, dei nostri viaggi. Poi dei miei sogni attuali, in molti dei quali lei è presente e alcuni di essi sono veramente bellissimi, straordinari, lucidi. Ho annotato più di 1.200 sogni sul mio diario onirico!

Ora forse sono nuovamente in grado di esprimermi e di fare delle notazioni sugli argomenti che questo e gli altri blog trattano, comincio a sentirne nuovamente il desiderio. Potrei, adesso, parlare del lutto, della sua elaborazione, del dolore, della mia esperienza, dei sistemi che ho trovato per ritrovare il contatto con la mia compagna – sia pure su un’altra frequenza…

Forse, ma ancora non so. In realtà questo è soltanto un piccolo, timido approccio alla scrittura. Cioè, a questo tipo di scrittura pubblica, che mira alla condivisione. Potrebbe concludersi qui, con queste poche righe e con l’immagine di Paola che ho disegnato riproducendo uno dei miei sogni. Oppure potrebbe darsi che continui…

nietzschePerdita dei valori, crollo degli ideali, mancanza di senso, negazione di una realtà o di una finalità ultima dell’esistenza, “morte” di Dio. Queste e altre le caratteristiche di una corrente di pensiero, filosofica, ma anche profondamente esistenziale, che va sotto il nome di “nichilismo”. Molto si potrebbe argomentare e studiare sulla sua origine: il nichilismo dei romanzieri russi dell’Ottocento, Turgenev, Dostoevskij, quello filosofico di Nietzsche e poi di Heidegger. Si potrebbe ricercare l’origine del nichilismo ancora più indietro nella storia del pensiero, per esempio i suoi  primi segnali qualcuno li rintraccia addirittura fra i sofisti dell’antica Grecia. Altrettanto si può ritrovarlo nel XX secolo e nell’epoca attuale, interpretandolo come una malattia, una deriva dello spirito umano – così come, almeno in parte, faceva lo stesso Nietzsche – qualcosa alla quale bisognerebbe reagire, ritrovando vitalità, nuovi ideali ed eroico coraggio. In effetti, personalmente, sento e leggo spesso le cosiddette autorità – specie in ambito morale e religioso – tuonare contro il nichilismo e il relativismo come due facce della stessa demoniaca medaglia, che consisterebbe essenzialmente nella negazione dei valori tradizionali allo scopo di essere liberi di far tutto, senza più freni etici. Tale libertà negativa e negatrice di valori qualcuno la ritrova perfino nel Sessantotto o addirittura nella Rivoluzione Francese, forse generalizzando troppo e dimenticando che quei movimenti erano proprio partiti dalla convinta affermazione di valori etici e ideali cui sacrificare finanche la vita! Al di là della demonizzazione del nichilismo, nessuno si occupa delle sue motivazioni, del perché della sua insorgenza e diffusione. Si spendono tante parole per sottolineare la crisi che esso genera, ma nessuna per comprendere la crisi da cui esso stesso è generato. Poiché si parla del nichilismo come di una patologia della filosofia occidentale, mi viene in mente che proprio nella cosiddetta Tradizione Occidentale esiste una corrente che non è poi troppo diversa da questa “filosofia del nulla”, ed è il cabalismo ebraico. Proprio nel misticismo ebraico, infatti, si ritrova il concetto di Dio in termini di Esistenza Negativa, cioè di qualcosa di cui nulla si può dire, perché al di là delle categorie del conosciuto, del pensiero. Certo, questo concetto è piuttosto diverso dal nichilistico dire che non esiste nulla, o che esiste soltanto il nulla. Però secondo me una relazione c’è. Mettendo, infatti, da parte per un momento la valenza distruttiva del nichilismo e cercando di considerarne le motivazioni profonde, quelle meno esteriori, direi che esso si configura come una reazione al dogmatismo filosofico-religioso, alla rigidità etica, al fanatismo, al potere esercitato sulle coscienze. Esso, sostanzialmente, si oppone a chi pretende di sapere e vuole imporre ad altri la sua presunta conoscenza con pretesti di vario tipo, etico e gnoseologico, mentre sulla realtà ultima delle cose non si sa assolutamente nulla! Sempre nella Cabala di parla di Qelippoth, cioè di gusci che ricoprono la Vita e cercano di cristallizzarla in schemi, concrezioni di pensiero ed egoici prodotti della cecità umana. La Vita è un fiume che non può essere contenuto in una palude o uno stagno. E’ giusto e umano concettualizzare, farsi un’opinione, seguire una regola, ma quando tutto ciò diventa soltanto restrizione e strumento di potere, è allora che si formano le Qelippoth, è allora che il potenziale vitale va sprecato – la cabbalistica rottura dei vasi, con spargimento dell’acqua di vita e inaridimento delle coscienze. Ecco, secondo me, quando questo accade l’unica rivoluzione possibile, l’unica restaurazione della Vita – per la Cabala, Tikkun – passa per la negazione. In quest’ottica il vero significato del nichilismo filosofico può accostarsi all’intendimento della Cabala ebraica quando suggerisce che il divino non sta nelle categorie conosciute e si può avvicinarlo soltanto attraverso una negazione. Non solo: poiché i prodotti alti dello spirito umano si assomigliano tutti, in qualsiasi cultura e a qualsiasi latitudine o epoca si manifestino, il nichilismo occidentale ha profondi punti di contatto anche con il cosiddetto nichilismo buddhista e taoista. Naturalmente la negazione fine a sé stessa, quella autodistruttiva, è una esagerazione e anche una dimostrazione della confusione della nostra epoca, che ancora non ha pienamente trovato la sua identità. Però il fatto che si sia stati in grado di superare precedenti dogmatismi non è un male, anzi, e non significa che a quelli bisogna ritornare per recuperare i valori profondi. Se vogliamo recuperare dei valori, cominciamo a ritrovare quelli insiti nel nichilismo, che è nato per una sua ragione intrinseca, quella di farsi delle domande, di pensare liberamente, di agire oltre limiti, ideologie e regole non più vitali ma oscurantistiche, ridotte a Qelippoth, gusci privi di sostanza. Non dimentichiamo che la Rivoluzione Francese fu probabilmente ideata e sostenuta dalla Massoneria (non deviata), che aveva una buona conoscenza della Cabala e che propugnava valori universali come quelli del motto Liberté, Egalité, Fraternité…

rabbit 2011 (2)Il giorno 3 febbraio 2011 inizia l’Anno del Coniglio secondo l’astrologia cinese. Per il sistema estremo-orientale il primo giorno dell’anno è anche il primo giorno di primavera, e dunque è un momento di grande rinnovamento che coincide con la luna nuova a metà strada fra il solstizio d’inverno e l’equinozio di primavera. Il Maestro buddista Nichiren Daishonin (1222-1282) scriveva: “Il giorno di Capodanno segna il primo giorno, il primo mese, l’inizio dell’anno e l’inizio della primavera. La persona che celebra questo giorno accrescerà le sue virtù e sarà amata da tutti, come la luna diventa piena, muovendosi da occidente a oriente e il sole risplende più luminoso, avanzando da oriente a occidente. (dalla Raccolta degli scritti di N.D., pag. 1008 – Esperia)” Il senso profondo di queste parole sta, probabilmente, nella disponibilità a rinnovare sé stessi, nella capacità di mettersi in discussione e ricominciare, magari non soltanto a Capodanno, ma ogni giorno. Ogni giorno è Capodanno! Al di là di queste considerazioni più generali, riguardo al Coniglio astrologico (detto anche Lepre) la tradizione dice che esso è portatore di estrema sensibilità e intuizione, di delicatezza nei modi e nelle manifestazioni. Nel mito cinese il Coniglio è disposto al sacrificio di sé, alla generosità, a dare la vita per un nobile scopo, e la sua immagine può intravvedersi sulla Luna, dove prepara e custodisce l’elisir dell’immortalità – tanto cara ai Maestri dell’Alchimia Taoista. D’altra parte, a ben riflettere, è proprio quando rinnoviamo noi stessi che otteniamo una rigenerazione della nostra vita e beviamo - per così dire – l’elisir citato. Il dono, la generosità, sembrano – negli antichi racconti cinesi sul Coniglio – proprio i catalizzatori di questa immortalità, di questa capacità di rinnovamento. Se tali sono i significati che l’animale astrologico in questione trasmette, quest’Anno cinese 2011 può rappresentare una grande occasione per offrire una parte del nostro tempo ad una causa positiva, ad aiutare gli altri, ad aprire la nostra vita a qualcosa che non è soltanto legato all’interesse personale, ma anche a decisioni ed azioni che partano dal cuore. E’ questo il momento giusto. Ne avremo un grande ritorno in termini di soddisfazione, energia, nuove prospettive, nuova comprensione della vita. Attenti, però, alle cause o alle persone cui si intende offrire qualcosa: è molto importante non essere ingenuamente fagocitati da persone poco corrette o catturati in meccanismi deteriori, obbedendo magari a sensi di colpa, a doveri imposti, eccetera. La vera generosità è sempre libera e profondamente sentita, non una forma di oppressione o di costrizione cui ci sottoponiamo. La generosità, se correttamente manifestata e se impiegata per giusti motivi, conferisce gioia immediata, liberazione interiore, solleva l’animo: non lo imprigiona sotto pesi insostenibili. Per fortuna il Coniglio è anche molto intuitivo e sagace, sa cosa vuole e percepisce cosa può nuocere. L’elemento dell’attuale Anno del Coniglio, inoltre, è il Metallo – capace di purificare e direzionare. Utilizziamo, dunque, questa chiara visione delle cose e recuperiamo in noi stessi la meravigliosa e benefica capacità di offrire disinteressatamente.

imaginationSiamo nel nuovo anno, ecco che il ciclo stagionale e annuale è reiniziato.
Una considerazione in proposito: il tempo viene concepito in modi differenti in epoca moderna e dalle antiche culture.

Nel primo caso il tempo è lineare, segue una direzione che va dal passato verso il futuro, da un punto iniziale ad uno finale e, soprattuto, è quantificabile, misurabile, “commercializzabile”, entra negli schemi del marketing. Il tempo è qualcosa di cui disponiamo in quantità limitata e la nostra preoccupazione al riguardo va dall’“ammazzare il tempo” quando non sappiamo che farcene e lo sprechiamo, all’idea che “il tempo è denaro” quando vogliamo sfruttarlo al massimo per scopi concreti e utilitaristici. In generale possiamo anche osservare che la mentalità attuale, per lo più “scientista” (cioè improntata ad un materialismo scientifico e a nuove superstizioni tecnopragmatiche), è soprattutto certa – in maniera più o meno consapevole – della fine del tempo, cioè della morte.
Diversamente concepivano le antiche culture: per loro il tempo era ciclico, eternamente ritornante su sé stesso, e questo fatto era sacro, cioè dotato di senso, di significato, perchè unificava la vita e la morte in un movimento evolutivo armonico sostenuto da una legge eterna, o meglio, oltre il tempo. Per questo motivo le limitazioni che si sperimentano, per forza di cose legate alle due grandi categorie universali del tempo e dello spazio, sono – secondo questa visione – meno laceranti, dolorose, meno definitive. Si percepisce una unità di base, un assoluto all’interno del ciclo di vita-morte, che rende transitoria e illusoria ogni ansia, ogni paura, sostituendola con la certezza dell’essere.
Per tornare al nostro inizio d’anno, e per essere in armonia con il momento significativo e simbolico del ciclo, anche ognuno di noi deve potersi rinnovare, cioè deve ritrovare il nuovo, la novità, la rivoluzione entro sè stesso. Volgersi verso la propria vita ed operare delle trasformazioni in positivo. Per questo motivo all’inizio dell’anno si formulano degli obiettivi, si pongono o si rinnovano dei propositi. Non è una pratica vuota, priva di senso: si tratta di un’occasione per ritrovare – sostenuti dal ciclo annuale – l’entusiasmo del reinizio e anche la sua progettualità, cioè la capacità e la volontà di ideare il nuovo, maggiore determinazione nel combattere e superare ostacoli ed elementi negativi, concepire direzioni, sviluppi e sfide significative per il proprio sviluppo. Forza, dunque! Sempre secondo il ciclo stagionale, abbiamo tempo per elaborare questo rinnovamento progettuale e ideale di noi stessi fino ai primi giorni di febbraio, dopo di che bisognerà porre elementi concreti e azioni pratiche a sostegno di ciò che avremo stabilito.
inner lightNell’attuale periodo di feste solstiziali, il Natale e il Capodanno, il cui significato principale è connesso con la rinascita della luce, anche il nostro organismo si predispone ad un rinnovamento – che per ora è soltanto in fieri: in noi c’è il piccolo seme Yang di nuove energie vitali. Secondo la Medicina Tradizionale Cinese sono principalmente i Reni (nel senso orientale, più ampio e coinvolgente la psiche) a riprodurre questo nucleo Yang e a custodirlo. Pur essendo in gran parte originato dalle cosiddette Energie Ancestrali (cioè genetiche, quelle della nostra vitalità di base che ci segue dalla nascita alla morte) stimolate dalle Energie Ancestrali Macrocosmiche – quelle della Natura, in questo momento dell’anno il nucleo di Yang appena rinnovato va protetto e anche nutrito, perché la sua specificità è la crescita, la futura manifestazione. Ecco allora che nella stagione più Yin, quella del freddo invernale, diventa importante il nutrimento, l’energia nutritiva assunta dall’esterno, dall’ambiente, sottoforma di cibo, acqua, aria, luce, la quale va a sostenere e far sviluppare il piccolo Yang interno ed essenziale – come fosse un piccolo seme all’interno della terra. Gli organi (sempre nel senso della Medicina Cinese) che più sostengono questa fase di nutrimento sono la Milza insieme con lo Stomaco – “laboratori delle trasformazioni” e sedi della maturazione delle energie nutritive e post-natali. Al di là del tecnicismo Yin-Yang – che a volte rende le spiegazioni forse poco comprensibili – possiamo dire che le celebrazioni di queste feste, l’abbondanza di relazioni affettive in ambito familiare o altro, di regali, di luminarie e di cibo, hanno la loro giusta motivazione nella necessità di nutrire la vitalità interiore appena rinnovata secondo il ciclo naturale e stagionale. In effetti, anche se siamo parte di una civiltà per certi versi artificiale e distaccata dai bioritmi, ancora avvertiamo inconsciamente il profondo significato del ciclo annuale – che ha ripercussioni sulla psiche e sul corpo, e che è a fondamento dei riti di antiche civiltà e culture.

 

Dopo i festeggiamenti per la rinascita, corrispondenti al momento in cui un nuovo seme attecchisce nel terreno e che vanno dal 25 dicembre fino al 6 gennaio (i 12 giorni che ripropongono simbolicamente i 12 mesi dell’anno, i 12 segni dello zodiaco e i 12 canali energetici dell’Agopuntura), segue un periodo di riposo, di oscurità e protezione, silenzio e calore, della durata di circa un ciclo lunare – fino alla luna nuova più vicina agli inizi di febbraio. Dopo di che lo Yang rinnovato può dirsi consolidato: ha messo salde radici e può svilupparsi producendo i suoi effetti in maniera progressivamente più visibile nell’ambiente, nell’organismo fisico e nella psiche degli esseri viventi.

 

Naturalmente ogni individuo ha le sue particolarità e il suo percorso, ma le influenze ambientali e collettive hanno il loro peso. Nella Medicina Tradizionale e in antiche pratiche alchemiche era considerato importante conoscere e equilibrarsi ai ritmi della natura, per assorbirne pienamente il potere energetico e trasmutarlo. Per raggiungere questo scopo si utilizzavano tecniche come il Qigong, la respirazione, l’alimentazione e la meditazione. In altre parole, il senso sta nell’aprire la propria piccola individualità alla grande vita naturale e universale, superando i personalismi e le chiusure, sciogliendo il naturale egocentrismo di ogni creatura vivente in una partecipazione più vasta e misticamente più soddisfacente.

12Questo esagramma rappresenta una situazione di stasi nella quale i due estremi polari – lo Yin e lo Yang, il Cielo e la Terra – sono fuori rapporto, non comunicano fra di loro, non si uniscono. A ben riflettere il Cielo-Yang si trova in alto proprio per definizione, è la sua natura, è il suo posto, così come la Terra-Yin si situa naturalmente in basso, e questa è proprio la configurazione dell’esagramma n. 12: Cielo in alto, Terra in basso. Sembrerebbe, dunque, che le cose siano al loro giusto posto. Perchè allora si parla di stagnazione, di forze negative che avanzano, di impossibilità ad agire? Semplice: il movimento, la vita, si manifestano allorché c’è una disparità, una diversità, una molteplicità, una differenza di potenziale, una qualche forma di disordine. Sembra quantomeno strano affermarlo, ma è proprio così: se tutto è in ordine, se l’equilibrio è perfetto, allora c’è il rischio dell’immobilità, della stasi, del ghiaccio, della cristallizzazione, della morte. E’ qui descritto l’autunno e il suo equinozio, il settimo mese dell’anno estremo-orientale, il momento in cui le forze del buio e della luce si equivalgono ma in senso decrescente, atonico, divergente: la vitalità annuale, naturale e agricola è esaurita e si va verso il freddo e la disgregazione. Gli opposti polari, il Cielo e la Terra, lo Yang e lo Yin, il maschio e la femmina, per produrre la vita devono poter operare una fusione, una conjunctio oppositorum, una reciproca integrazione: il Cielo deve poter andare in basso e la Terra in alto, lo Yang all’interno e lo Yin all’esterno, il mondo deve potersi capovolgere! Se invece essi rimangono distanti, al loro posto, se conservano le loro caratteristiche senza venirsi incontro, senza abbracciarsi, pur essendo tale distanza concettualmente corretta e giusta, ciò non risulta nè vitale nè produttivo, né si può parlare di reali pace ed armonia.

Il saggio cinese cui spesso allude del Libro dei Mutamenti, attento osservatore della natura e dei suoi cicli, trae spunto da tutto ciò per riflettere su questo tipo di situazioni e sul giusto modo di rapportarsi ad esse. Che cosa si può fare in un momento così, quando tutto è in una fase di stagnazione e, tutt’al più, le cose possono peggiorare, nel senso della disunione, della fine? Già comprendere che non si può fare nulla è un elemento di saggezza, come anche il non lasciarsi convincere ad accettare compromessi, ad intervenire, ricoprire incarichi, anelare a ricompense ed essere – insomma – coinvolti in un attivismo e un interventismo che non tiene conto delle circostanze. La giusta azione è la protezione del proprio cuore, del proprio ideale, il dimorare quietamente in sé stessi, il non disperdere inutilmente le forze, l’accettare il momento che si prospetta cercando di comprendere che cosa la vita vuole insegnare. Non si tratta di una resa alle circostanze, bensì di tirare i remi in barca e meditare, essere centrati e in grado di trarre il meglio anche dalle situazioni apparentemente improduttive – se non altro nel senso di un accrescimento della consapevolezza.
 
 
Il sei al primo posto osserva che, poiché le radici sono ancorate al suolo, insieme all’erba da strappare viene via anche la terra. Cioè, esistono delle connessioni – a volte nascoste e imperscrutabili – con la profondità della vita, con il “suolo” della nostra esistenza. Ogni nostra scelta coinvolge aspetti che magari non avevamo considerato, provocando ripercussioni più ampie e più profonde di quanto ci aspetteremmo. Per questo è così importante non compiere azioni fuori luogo nel momento del “ristagno”, quando di solito è meglio attendere tempi migliori. Ogni eventuale movimento va accuratamente ponderato.

 

Il sei al secondo posto indica che l’uomo saggio è in grado di sopportare momenti avversi del destino senza rimanerne piegato e affrontare persone ostili senza esasperare la conflittualità. In questo modo anche la cose negative rivelano aspetti fruibili e nascoste opportunità.

 

Il sei al terzo posto: il ristagno non dura per sempre, nulla può rimanere in una condizione statica. Ad un certo punto si cominceranno ad avvertire i segnali di un cambiamento – come per una legge naturale.

 

Il nove al quarto posto: il saggio pensa, parla e agisce non soltanto per sé stesso, ma per motivi più ampi, per gli altri, per un ideale. In un certo senso, da questo punto di vista, egli è già fuori dal “ristagno” – anche soltanto per il fatto che vive la situazione in modo diverso e perciò è in grado di uscirne molto velocemente trasmutando il suo destino.

 

Il nove al quinto posto: l’ansietà è una delle cause che prolungano la nostra attesa e le nostre sofferenze in un momento difficile. E’ necessario dubitare, chiedersi, mettersi in discussione, ma è altrettanto auspicabile la riappropriazione di una saldezza interiore, della fiducia in noi stessi e nelle circostanze.

 

Il nove al sesto posto: se nel momento di stasi, nella difficoltà, ci si è sforzati di rimanere saldi, fedeli a sé stessi e al “positivo” sia interiormente che nel comportamento, se non si è scesi a compromessi, non v’è dubbio che viene il momento della soluzione e della trasformazione. Tutto muta e, avendo il saggio conservato il corretto atteggiamento, tale mutamento non potrà essere che in meglio.
censorshipSiamo con Paola in un appartamento, credo in vacanza. Un tizio dei servizi segreti si è introdotto nella stanza e vuole obbligarmi a distruggere un mio scritto che mette in discussione il potere o il regime, come se vivessimo in uno stato totalitario. Dentro di me so bene che ha ragione, che effettivamente quel mio scritto è un atto di sfida e di critica. Accetto di eliminarlo, tanto so che è tutto contenuto nei miei blog, quindi niente andrà perduto. Il tipo dei servizi segreti – dopo una interruzione al citofono di una signora che vuole entrare nel residence per motivi che non capisco bene e alla quale, comunque, apro – sembra intuire i miei pensieri e mi dice che se ho un blog devo cancellare anche quello. Gli dico che veramente di blog ne ho 13 e che piuttosto che eliminarli preferisco che mi uccidano, perché lì c’è la mia ricerca, la mia anima, la mia libertà. L’agente, in realtà, sembra progressivamente avere sempre maggiore simpatia e complicità con me, e non si parla più della cosa, ho la sensazione che forse ci accorderemo in qualche modo. Usciamo, c’è anche Paola, e con l’agente ci diamo appuntamento per una certa ora, forse mezzogiorno oppure le 14, e alla stazione ferroviaria di Lanuvio. Ci salutiamo cordialmente. L’atmosfera è di amicizia.
 
Qualche riflessione: effettivamente nella psiche deve esistere un sistema censorio “segreto”, cioè per lo più inconscio, il cui scopo è quello di mantenere lo status quo, cioè l’assetto psichico, spesso anche impedendo lo sviluppo, ma sostanzialmente conservando – in condizioni di normalità e non di patologia – una certa stabilità e un certo adattamento al reale. La coscienza “morale”, delle regole, il cosiddetto Super-io, può veramente generare un regime totalitario nel quale certe norme collettive, certi condizionamenti, prevalgono su altre intime esigenze e altri parti interiori, e anche sull’io stesso. Il fatto che nel sogno vi sia la consapevolezza dell’io di avere la colpa di criticare l’assetto vigente e, poi, ugualmente, nasca una progressiva amicizia con l’emissario dei servizi segreti, lascia ben sperare in una positiva comunicazione fra io e Super-io. L’io contravviene probabilmente alle regole condominiali lasciando entrare qualcuno non autorizzato, e scrive blog liberatori e autoconoscitivi esprimendo sé stesso… L’appuntamento, l’integrazione, anche insieme alla controparte femminile, animica, è in un’ora meridiana, di culmine della coscienza, e in un luogo di passaggio, viaggio e trasformazione: la stazione di Lanuvio, proprio nel comune dove il sognatore effettivamente abita.
questions2Spesso nel Gosho o negli scritti buddisti si trova l’espressione “mondo di saha”. Che significato ha?
 
“Saha” è un termine sanscrito dai molti significati, tutti con una certa analogia fra di loro: possente, che supera, che sconfigge, che resiste, che porta, sostiene, sfida, che causa, efficiente, stimolante, capace. Come sostantivo femminile è la “terra” e in questo senso costituisce probabilmente la chiave dei significati precedenti: la terra come antico simbolo della natura ha forza e durata, porta, sorregge, sostiene ecc. Nel buddismo viene normalmente evidenziato il significato, presente nell’etimo, di “sopportare”, “sopportazione”. Quindi “mondo di saha” equivale a “mondo di sopportazione”, indicando con questo appellativo il mondo in cui viviamo attualmente, il nostro piano di esistenza. In accordo con la visione filosofica buddista si intende che qui si sopportano innumerevoli sofferenze. Per questo uno degli appellativi del Budda è “colui che sa sopportare”. Questa concezione non equivale, però, alla “valle di lacrime” della tradizione occidentale. Nel buddismo, infatti, c’è sempre la possibilità della trasformazione, della rivitalizzazione, anzi, la sfida alle circostanze ne è parte essenziale. Quindi “sopportazione” come pazienza e comprensione sicuramente, ma dev’esserci anche coraggio, forza, capacità di cambiare sé stessi e il proprio ambiente. Lo scopo del buddismo di Nichiren è la felicità in questo mondo.
 
Altre forme di buddismo non sembrano puntare così tanto sul proselitismo come fanno i buddisti di Nichiren. Per esempio il Dalai Lama addirittura sconsiglia agli occidentali di convertirsi al buddismo e suggerisce piuttosto di rimanere nell’ambito della propria religione di appartenenza. Perché invece voi siete così interessati alla propagazione?

 

Per ciò che riguarda il Dalai Lama invito a riflettere: un capo religioso come lui, che ha grandi responsabilità politiche e che spesso è ospite dell’Occidente – avendo bisogno del sostegno dell’opinione pubblica e della politica occidentale, può ragionevolmente fare in Occidente un’attiva opera di proselitismo, contrastando in tal modo le religioni tradizionali dei nostri paesi? D’altra parte i monasteri del buddismo tibetano prolificano e si moltiplicano parecchio da noi, e i loro insegnamenti non sono diretti ai soli tibetani, anzi…

Per tornare alla domanda, direi che il “proselitismo” nell’ambito del buddismo di Nichiren debba piuttosto chiamarsi “propagazione”: si tratta infatti della diffusione di un’onda di pensiero e di fede, di una sintonia che si crea, non certo di una propaganda volta alla cooptazione di adesioni più o meno forzate, connotazione negativa spesso presente in chi vuole fare proseliti. Naturalmente, come buddisti di Nichiren Daishonin e del Sutra del Loto, apprezziamo il nostro buddismo e pensiamo che possa aiutare moltissimo ad affrontare e risolvere le difficoltà della vita e a raggiungere una felicità interiore non condizionata dagli eventi. Per questo motivo ne parliamo a chi ci chiede – in maniera più o meno esplicita – un aiuto, un sostegno. Non cerchiamo di “convertire” chi è soddisfatto della sua religione, della sua filosofia e della sua vita! Con queste persone e con le loro organizzazioni vogliamo, semmai, com’è successo per esempio con la Comunità di Sant’Egidio, instaurare un dialogo e una collaborazione per fini comuni, come quelli del disarmo, della pace, del rispetto per l’ambiente, eccetera.
 
Non capisco perché siete così esclusivi riguardo alla vostra preghiera, pensando che SOLO la recitazione di Nam-Myoho-Renge-Kyo possa produrre benefici. Forse che non sono efficaci anche le preghiere delle altre fedi, per esempio il Padre Nostro, oppure le preghiere ebraiche o islamiche, o qualsiasi altra?
 
Innanzitutto bisogna chiarire che nessuno, nell’ambito del nostro buddismo, afferma che le preghiere di altre impostazioni religiose non abbiano efficacia. Il Presidente Ikeda è molto chiaro su questo punto! Nella prefazione alla nuova traduzione del Gosho (che per noi è paragonabile ad un testo sacro, e quindi è di grande rilievo) afferma che le differenze religiose sono imputabili a fattori storici, culturali e antropologici, ma TUTTE le fedi contengono al loro interno, nella loro profondità, il potere di aiutare le persone a raggiungere la felicità. Egli auspica un dialogo fra le religioni e obiettivi comuni per sostenere l’umanità in un momento complesso e difficile come l’attuale; afferma inoltre che questa collaborazione è un suo grande desiderio. Poichè Daisaku Ikeda è l’attuale Maestro della Soka Gakkai, sembra possibile che i buddisti possano deprezzare le forme di preghiera delle altre fedi?
Detto ciò, bisogna considerare che noi abbiamo scelto di praticare questo buddismo e non un altro. Perché? Evidentemente per noi ha un valore speciale, che si accorda con la nostra mentalità, con quello che cerchiamo, con ciò di cui abbiamo bisogno. In occidente non siamo nati buddisti: scegliamo di diventarlo perché in questo modo troviamo delle risposte particolarmente soddisfacenti, almeno per noi! Per questo motivo diamo alla nostra pratica un grande valore, ma ciò non significa che vogliamo svilire o combattere le altre impostazioni, tutte degne di rispetto. Il confronto, se c’è, dev’essere di riflessione sui punti che comuni che ci uniscono. Le differenze, tutt’al più, possono essere stimolo ad una certa dialettica, al rispetto, alla conoscenza reciproca e al superamento delle fratture insanabili, così da crescere insieme verso un mondo migliore.

 

Vorrei sapere se il buddismo possa davvero essere considerato una religione: non si tratta piuttosto di una filosofia? Anzi, direi che il concetto di “religione” possa essere addirittura riduttivo e limitato rispetto all’ampiezza della concezione buddista della vita!

Dal punto di vista del suo significato profondo (e anche etimologico) la parola ‘religione’ significa “legame”. Si intende il legame, la connessione fra microcosmo e macrocosmo, io individuale e universo, umano e divino, immanenza e trascendenza. Lo scopo ultimo della religione, dunque, è quello di ripristinare o, comunque, rendere cosciente questo legame. In questo senso il buddismo, con la sua ricerca dell’illuminazione, è lo è senz’altro. Secondo qualcuno poi, ad esempio Erich Fromm, la religione per essere tale deve avere dei rituali, un sistema di credenze e un oggetto di culto. Anche queste caratteristiche sono presenti nel buddismo. Che cosa risulta strano a noi occidentali nel riconoscere che il buddismo non è soltanto una filosofia?
I motivi della difficoltà potrebbero essere i seguenti:
1) L’assenza di un Dio da pregare, quindi apparentemente una sorta di “ateismo”. Come può esserci una fede atea? Sembra una contraddizione! In realtà il buddismo riconosce gli “dei” come funzioni universali, come aspetti della Legge Mistica, quindi non è veramente “ateo”. La Legge Mistica, in effetti, è la Realtà Fondamentale ed Eterna, l’Assoluto, e sta al posto del concetto di Dio cui siamo abituati, ma privo degli aspetti antropomorfi.
2) La forte presenza della logica e del senso della realtà nel buddismo sembra lontana dalla nostra concezione della fede. Per questo lo percepiamo più come un sistema di pensiero e ne cogliamo aspetti libertari che normalmente non associamo alla religione istituzionalizzata. Anche questo è un “errore di parallasse” generato dalla nostra cultura di appartenenza. Nel buddismo, invece, la fede è un elemento essenziale, ma è effettivamente molto aperta e libertaria e non è mai disgiunta dalla ragione, anzi, si tratta di due aspetti non scindibili di ciò che viene chiamato “spirito di ricerca”.
om mani padme humUn’amica mi ha scritto: “La mia insegnante di yoga ha proposto, durante la lezione, la ripetizione di un mantra: Om Mani Padme Hum. Come praticante del buddismo di Nichiren Daishonin mi sono sentita piuttosto a disagio perché, lì per lì, sono stata colta alla sprovvista e mi sono uniformata senza neanche capire bene il significato di questa preghiera e se essa potesse essere in contrasto o meno con gli insegnamenti del nostro buddismo. Perché l’insegnante ha dato per scontato che tutti fossero disposti a recitarla e che cosa bisogna fare in questi casi?”
Il mantra del buddismo tibetano “Om Mani Padme Hum” significa: “Om (il suono dell’energia creatrice universale) – il Gioiello è nel Loto”. Il senso è che all’interno del Loto è nascosto un gioiello di grande valore mistico. Ciò è piuttosto simile a quanto Nichiren insegna: lui stesso trovò nella profondità del Sutra del Loto il gioiello mistico del Daimoku! Al di là di ciò comprendo il tuo imbarazzo nel dover ripetere un mantra che non conosci, e devo dire che in effetti a volte si dà troppo per scontato da parte degli insegnanti di discipline orientali che tutti vogliano fare certe preghiere o accettare certi mantra. A loro discolpa c’è l’amore per l’Oriente che essi hanno, e il desiderio di sperimentarne liberamente le tecniche senza i vincoli cui ci aveva abituato la nostra religione tradizionale – per cui magari il rifiuto di condividere una meditazione o pronunciare un mantra deve loro sembrare una forma di resistenza, di pregiudizio e di chiusura. Che cosa bisogna fare in questi casi? Francamente non credo che ci sia una risposta valida per ogni circostanza. Secondo me in alcuni casi e situazioni si potrebbe cortesemente declinare l’invito a partecipare ad una certa preghiera dicendo chiaramente che si è buddisti e che si preferisce non fare una preghiera con la quale non si è d’accordo proprio per rispettarla, perchè non si possiede l’atteggiamento interiore richiesto e non si ha la stessa visione. In altre situazioni, invece, si potrebbe accettare di partecipare al rituale comune per stare insieme agli altri e per non dare l’impressione di praticare una religione chiusa ed esclusiva – anche perché effettivamente non lo è: in questo caso potremmo sforzarci di trovare nel rituale che ci propongono dei punti in comune con il nostro buddismo, come se stessimo facendo un dialogo; ciò non significa che stiamo abbandonando o offendendo la nostra pratica, ma semplicemente che ci stiamo aprendo ad altri punti di vista focalizzandoci sul valore che in essi è certamente presente.
Ricordiamo che il Presidente Ikeda afferma – nella prefazione alla Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin – che tutte le religioni hanno nella loro profondità il potenziale per portare le persone alla felicità, e che è un suo preciso desiderio che possa esservi dialogo e collaborazione fra di esse per una reciproca crescita e una trasformazione positiva dell’umanità.
doubting“Se non fai domande e non risolvi i tuoi dubbi, non puoi disperdere le oscure nuvole dell’illusione, così come non potresti percorrere mille miglia senza gambe.” (“Lettera a Niiike” – Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, vol. I, pag. 915)
 
Come dice Nichiren, il fatto di fare o farsi delle domande per risolvere i propri dubbi è importantissimo: ci porta a disperdere le illusioni e l’oscurità lungo il nostro percorso. A volte però ci sono dubbi e domande inespresse, che abbiamo dentro e che non osiamo formulare, talvolta neanche a noi stessi. Questo porta a fermarsi, a perdere la sintonia, forse anche la fede. Non esistono domande scorrette: al fondo di ogni domanda c’è un dubbio, al fondo di ogni dubbio c’è un desiderio di capire, di affidarci, di rivoluzionare la nostra vita. Per questo le domande sono preziose, e vanno accolte tutte, senza preclusioni, purché fatte senza spirito polemico ma con spirito di ricerca.
Tempo fa un amico mi scrisse: “Che ne pensi del dubbio? In questo periodo mi capita di guardare al Gohonzon e di fare Daimoku con il dubbio. Mi piacerebbe avere qualche beneficio, ma non faccio azioni, anche perché non so bene che azioni fare. Ho paura che questo dubbio sulla fede finira’ per farmi smettere di praticare…”
Penso che il dubbio sia una cosa positiva, perché porta a mettere sempre tutto in discussione, a non adagiarsi su certezze acquisite una volta per tutte: la vita è costante cambiamento, non ci si può fossilizzare su nulla, altrimenti ci si ferma. Tuttavia credo che la forma migliore di dubbio sia quella che porta a dubitare di sé stessi, cioè a non credere di avere la verità assoluta, a non credersi mai del tutto “arrivati”. Sono perfettamente d’accordo con Ikeda che parla di volo continuo, che spiega la buddità come un processo continuo, una via, un percorso, e non come qualcosa di acquisito una volta per tutte. In questo senso il “dubbio” equivale ad una costante apertura del cuore e della mente, ad un’incertezza salvifica. Esiste, però, un altro tipo di dubbio: quello che ti frena, che ti immobilizza, che non ti fa prendere decisioni, che ti fa naufragare nell’incertezza, che ti ruba entusiasmo, fede, amore, energia. In un certo senso anche quello ha un aspetto positivo, a patto di non lasciarsene dominare. Intendo dire che è un chiaro segnale della necessità di cambiare, di cercare una integrazione superiore, di crescere: è un segnale che ci indica con una certa precisione dove bisogna lavorare. Personalmente, quando la mia pratica diventa sterile, monotona, quando non mi dice più niente, invece di pensare che il Gohonzon o il Daimoku o l’organizzazione abbiano qualcosa che non va, che non funziona (ho fatto anche questo!), cerco di capire dove e in che modo posso approfondire il mio atteggiamento per ritrovare fede, entusiasmo, eccetera; dove eventualmente sto sbagliando o dove sono insufficiente, dove mi sto “chiudendo”. Il Gohonzon, il Daimoku e l’organizzazione possono benissimo essere limitati e avere delle mancanze, dei difetti, anzi sicuramente li hanno – soprattutto nel loro aspetto formale, esteriore, superficiale. Il punto, però, è che essi – nel profondo – indicano qualcosa che io dovrei poter raggiungere, qualcosa che sta dentro di me. Ecco, se c’è una cosa di cui non dubito mai, è che esista un qualcosa di superiore nella vita e in me stesso, in tutti noi, sento che c’è. Da questo punto di vista posso condividere quell’affermazione che dice: “fede significa non avere dubbi”. Non avere dubbi, cioè, che esista un “senso” nella vita, che in noi ci sia un potenziale positivo che può essere raggiunto e risvegliato, e che siamo tutti collegati profondamente in una unità fondamentale. Tutto il resto è accessorio, secondario, può cambiare, può e deve essere messo in discussione come qualsiasi concezione umana, che è limitata, che attraversa fasi di cambiamento e di trasformazione. La cosa importante è riuscire, di volta in volta, a centrarci, a ritrovare quella cosa fondamentale che, per noi, significa speranza, energia, entusiasmo, apertura, amore.

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